
Continua dal post precedente
Marika Probabilmente era il quarto drink. Si appoggiò al bancone osservando le bottiglie disposte in fila sull’apposito scaffale alla stregua di un plotone di soldati allineati nel piazzale di un fortino. Bevve tutto di un fiato fissando a lungo il fondo del bicchiere vuoto. Il rantolio della porta automatica della sala giochi quasi lo ridestò.
«La melodia dei jocker» disse tra sé.
Dopo un attimo di indecisione si alzò di scatto dirigendosi verso la sala. La musica era assordante e i giocatori erano esclusivamente concentrati sulle carte da gioco. Fece un giro al tavolo del poker, dopodichè uscì.
Respirò a pieni polmoni l’aria gelida della notte, mentre l’insegna Albatros gettava una luce sinistra nell’oscurità illuminando la strada antistante, dove – nel più devastante silenzio – una sala scommesse si affiancava ominosamente a un’agenzia di pompe funebri. Gli alti edifici squadrati somigliavano ad enormi e grottesche scatole di cartone buttate lì per caso. Quel quartiere gli ricordava la periferia degradata della sua città natale. All’improvviso un rombo di motore frantumò il silenzio: da una macchina sportiva scesero un paio di persone. Picchiettio snervante di tacchi a spillo che battevano il marciapiede bituminoso. Era lei, Marika, in compagnia di un tipo che sembrava uscito dalla copertina di Iron Man. I jeans aderenti ricalcavano le sue forme affusolate. Splendida con i capelli neri, lisci, che le avvolgevano le spalle risaltando sul giubbetto rosso. Gli passò accanto quasi sfiorandolo. Labbra perfette si dischiusero in un sorriso malizioso.