
La "disconnessione" di Chernobyl potrebbe essere spiegata attraverso un hacking in ambito IoT?
Per un approfondimento del paradigma IoT, rimandiamo a Wikipedia. Facciamo un esempio banalissimo: l'apertura di un cancello elettronico. Qui utilizziamo un semplice telecomando ad infrarossi. Ora immaginiamo uno scenario in cui la serratura del cancello è "pilotata" da un device che si collega in rete (cioè, ad internet). Tecnicamente, si dice che la serratura è "taggata". Ciò determina una sorta di virtualizzazione di tale oggetto meccanico, visto che in sostanza è costituito da parti meccaniche. Il vantaggio è che ora la serratura può essere aperta da remoto ossia via internet ad esempio tramite smartphone di una persona che magari si trova all'altro capo del mondo. In questo esempio banale, viene da ridere perché non si comprende il vantaggio... Ma generalizzando e nello specifico caso di una centrale nucleare, si comprende benissimo la notevole ricaduta tecnologica.
Il problema che si presenta immediatamente è dovuto alle inevitabili falle per quanto riguarda la "sicurezza" di un tale protocollo di trasmissione dati. In altri termini, un qualunque maleintenzionato può tranquillamente hackerare dispostivi del genere, spegnendoli o "deviandoli" a piacimento. Probabilmente è ciò che è accaduto nel caso di Chernobyl.
Modalità narrativa-visionaria
In uno scenario visionario, è stato buon profeta lo scrittore William Gibson che in tempi non sospetti (anni ottanta) sfornò Neuromante, il primo romanzo cyberpunk in cui viene utilizzato (anzi, coniato) il termine cyberspazio che somiglia molto al paradigma IoT.