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La morte clinica del Covid-19 secondo Karl Popper

Giugno 27th, 2020 | by Marcello Colozzo |

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La sovrapposizione degli stati di vita/morte di quello strano aggeggio molecolare denominato Covid-19 dovrebbe far riflettere scienziati e non. Soprattutto per ciò che riguarda una infarinatura di epistemologia che un qualunque scienziato dovrebbe avere. Alternativamente, si rischia di toppare di brutto confermando il noto aforisma di Rutherford, secondo cui nella scienza esiste solo la fisica; tutto il resto è collezione di francobolli.

In un'approssimazione molto rozza ma efficace, per Popper in scienza il termine "verità" non ha significato. Ad esempio, se 1000 esperimenti confermano un'assegnata teoria T, non è detto che T sia "vera". Semplicemente, aumenta il nostro grado di fiducia nei suoi confronti. Infatti, se un solo esperimento invalida la predetta teoria, ne consegue necessariamente la sua falsità. Detto in altro modo, la coppia di variabili dicotomiche vero/falso è "compromessa", nel senso che abbiamo accesso solo a una delle due (corrispondente allo stato logico "falso").

In tale paradigma, una teoria può ritenersi scientifica se e solo se è falsificabile. Nelle scienze fisiche una delle teorie che ha esibito un alto livello di falsificabilità è la Relatività generale formulata da Albert Einstein nel 1916.

Ritornando in tema, non c'è bisogno di invocare i massimi sistemi, in particolare il falsificazionismo di Popper, per comprendere che molte affermazioni circa il cosiddetto "decesso clinico" del Covid-19, sono andate gambe all'aria in quanto clamorosamente smentite dai dati empirici.
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