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Covid e radiazione ultravioletta

Maggio 29th, 2020 | by Marcello Colozzo |

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Immagine tratta da anagen.net

Lo spettro elettromagnetico presenta la cosiddetta finestra del visibile ovvero un limitato intervallo di lunghezze d'onda ai cui estremi troviamo rispettivamente l'infrarosso e l'ultravioletto. Come è noto, i campi elettromagnetici sono assorbiti dall'acqua (incidentalmente, i sommergibili utilizzano il sonar in luogo del radar), a patto che la lunghezza d'onda non appartenga alla predetta finestra del visibile. Diversamente, il campo riesce a propagarsi nell'acqua. E dal momento che il nostro pianeta è letteralmente inzuppato d'acqua, gli organismi viventi - grazie al principio evolutivo - hanno sviluppato un sistema visivo basato sui campi elettromagnetici nella finestra del visibile. Al contrario, l'utilizzo degli infrarossi funzionerebbe solo su un pianeta privo di vapore acqueo, giacché quest'ultimo esibisce un picco di assorbimento corrispondente alla lunghezza d'onda dell'infrarosso. In parole povere, gli infrarossi non permettono di "guardare lontano" (condizione vitale per la sopravvivenza di un organismo vivente).

Tuttavia, esiste il classico rovescio della medaglia. Esporsi alla radiazione solare implica necessariamente un assorbimento di radiazione ultravioletta, il cui effetto sull'epidermide è una maggiore sintesi di radicali liberi. Si tratta di "frammenti di molecole" che presentano un elettrone spaiato sugli orbitali più esterni. Rammentando rapidamente lo stato quantistico di singoletto di spin di un sistema composto ad esempio, da due elettroni, si ha che un qualunque radicale libero è alla disperata ricerca di un altro elettrone con spin opposto in modo da realizzare la configurazione di singoletto. E per realizzare questo accoppiamento, il radicale danneggia seriamente le cellule bersaglio, in questo caso della nostra epidermide con le immaginabili conseguenze.

Bisogna poi aggiungere la storiella della sintesi di vitamina D da parte del nostro organismo esposto alla radiazione solare. Sarà pure vero, ma bisogna comunque tener conto del danno prodotto dai free radicals. E ciò non deve sorprendere l'effetto sul coronavirus che ovviamente non viene ucciso dal caldo, ma dalla radiazione ultravioletta. Probabilmente il caldo (in particolare, se umido) favorisce la sopravvivenza del virus in ambienti prive di cellule. Viceversa, con il nostro organismo mediamente termostatato a 37°C, il virus ci va letteralmente a nozze.

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