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[¯|¯] Lo spettro di Fine Hall

Marzo 5th, 2019 | by Marcello Colozzo |

John Nash,il genio dei numeri,a beatiful mind
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Il brano seguente è tratto da Il genio dei numeri. Storia di John Nash, matematico e folle.

Un nuovo torrione anonimo rivestito di granito e costruito con i soldi della Difesa verso la fine della guerra del Vietnam aveva sostituito la vecchia Fine Hall e l'attigua Jadwin Hall. I matematici e i fisici più anziani passavano gran parte della giornata nello scantinato, dove gli architetti avevano collocato la biblioteca - che un tempo aveva occupato l'ultimo piano della vecchia Fine - o nel nuovo centro di computer.









In pochi giorni o settimane, lo scienziato o il matematico in embrione avrebbe scoperto un uomo molto strano, allampanato e silenzioso che camminava nelle sale, giorno e notte, con gli occhi infossati e un visto triste e inespressivo. In rare occasioni, avrebbero potuto scorgere quello spettro - di solito vestito con pantaloni caki, camicia a quadretti e scarpe da basket rosso vivo - mentre scriveva con cura minuziosa su una delle numerose lavagne appoggiate alle pareti dei corridoi sotteranei che collegavano la Jadwin alla nuova Fine. Più spesso, gli studenti sarebbero usciti da una lezione delle otto di mattina per scoprire una enigmatica frasse scritta la notte precedente: «Il bar Mitzvah di Mao Tse-Tung è stato 13 anni, 13 mesi e 13 giorni dopo la circoncisione di Bresnev», per esempio. Oppure: «Sono d'accordo con Harvard: esiste un cervello piatto». O una lettera di Mikita Kruscev a Mosì con misteriose formulazioni matematiche comprendenti la scomposizione in fattori di numeri di due o quindici cifre in due grandi numeri primi. «Nessuno sapeva da dove venissero», ha detto Mark Reboul, laureatosi nel 1977. «Nessuno sapeva che cosa significassero».

Alla fine una matricola avrebbe saputo da un anziano che l'autore dei messaggi, detto anche lo Spettro, era un genio della matematica che aveva "fuso" durante una lezione o mentre cercava di risolvere un problema di difficoltà pressoché insormontabili o dopo aver scoperto che qualcun altro lo aveva battuto in qualche importante calcolo o dopo appreso che la moglie si era innamorata di un matematico rivale. Costui vantava amici in alto loco all'università, avrebbe aggiunto lo studente più anziano. Gli studenti non dovevano infastidirlo.

Tra gli studenti lo spettro fungeva da avvertimento. Chiunque avesse l'aria di sgobbare troppo o non godesse dei favori degli altri era avvertito che sarebbe finito come lo Spettro.
Pochi studenti riuscivano a scambiare una parola con lo Spettro, benché i più disinvolti gli scroccassero a volte una sigaretta o gli chiedessero di accendere, perché ora lo Spettro era diventato un accanico fumatore. Una matricola di fisica una volta cancellò due o tre messaggi solo per incontrare pochi giorni più tardi lo Spettro di fronte alla lavagna mentre scriveva in un bagno di sudore, tremante e sul punto di piangere. Lo studente non li cancellò mai più.
Gli studenti e i membri giovani della facoltà studiavano i messaggi dello Spettro e a volte li ricopiavano parola per parola. I messaggi crearono un'aura attorno allo Spettro e confermarono la leggenda del genio. Frank Wilczek, fisico dell'Institute for Advanced Study, che abita nella vecchia casa di Einstein in Mercer Street, era assistente all'università a quell'epoca. Ricorda di essersi sentito «incuriosito e impressionato» e «in presenza di una grande mente». Mark Schneider, professore di fisica alla Grinnell, laureatosi a Princenton nel 1979, rammenta: «Noi tutti trovavamo le notevoli connessioni, la profondità dei particolari e l'ampiezza del sapere... eccezionali, ecco perchè ho raccolto alcune dozzine dei suoi migliori messaggi».

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