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[¯|¯] Un saggio inedito di Alan Turing: Nature of Spirit

febbraio 6th, 2018 | by Marcello Colozzo |

Alan Turing,nature of spirit


Brano tratto da L'uomo che sapeva troppo

[...] Tuttavia, Turgin aveva in mente il problema di come pensano gli essere umani fino al 1931, quando scrisse per la madre di Christopher Morcom un saggio intitolato Nature of Spirit. Il testo inizia con un resoconto generico sull'influenza degli sviluppi della fisica e della meccanica quantistica sulla concezione scientifica dell'Universo, poi entra rapidamente nella questione del libero arbitrio:

Noi possediamo una volontà capace di determinare, probabilmente in una piccola porzione del cervello, possibilmente su tutto il cervello, l'azione degli atomi. Il resto del corpo agisce in modo da amplificare questa volontà. Vi è adesso un'altra questione che esige risposta, e cioè in che modo venga regolata l'azione degli altri atomi dell'Universo. È probabile che qui operi la stessa legge, semplicemente in virtù degli effetti remoti dello spirito; ma poiché questi atomi non posseggono alcun apparato amplificatore, si direbbe che essi siano regolati dal puro caso. L'evidente non-predestinazione della fisica si riduce forse a una combinazione di casi.









In altre parole, nell'era della meccanica quantistica il caso ha soppiantato lo "spirito" come principio guida che deve stare alla base di ogni tentativo di comprendere l'Universo - non è così? Su questo punto Turing ha chiaramente un atteggiamento ambivalente. Anche se «si direbbe che essi siano regolati dal puro caso», nella lorao azine gli atomi, di fatto, sono "probabilmente" soggetti alla stessa "volontà" per mezzo della quale noi siamo capaci come esseri umani di controllare almeno una piccola porzione del cervello. Quindi «gli effetti remoti dello spirito», di fatto, non sono stati messi al bando.

Qui sembra che Turing stia combattendo per riconciliare la devozione al rigore scientifico (in parte instillata in lui da Christopher Morcom) e il desiderio di conservare qualche legame con lo spirito di Christopher dopo la sua morte. Infatti, a questo punto, il saggio diviene molto più personale e, sebbene il suo nome non sia mai accennato, il fantasma di Morcom aleggia fra gli spazi bianchi:

Personalmente ritengo che lo spirito sia in realtà eternamente connesso con la materia, ma di certo non sempre dello stesso tipo di corpo. Un tempo ho creduto possibile che, alla morte, uno spirito entri in un universo completamente separato dal nostro, ma oggi considero materia e spirito così intimamente connessi che ciò sarebbe una contraddizione in termini. E tuttavia è possibile, anche se improbabile, che un universo del genere esista.

Lo spirito sopravvive al corpo? Se sì, come e dove? La questione è di natura religiosa, eppure Turing, ne discuterne, sta ben attento a non cadere mai nel linguaggio del misticismo, né a sacrificare il suo punto di vista "scientifico" oggettivo. Certo gli sarebbe stato di conforto immaginare Christopher Morcom, in un certo senso, non fosse vissuto tanto più del corpo, ma fosse rimasto nello stesso "universo" di Turing.

Quanto poi alla connessione stessa fra spirito e corpo, io penso che quest'ultimo possa "attrarre" e tenere unito a sé uno "spirito" in virtù del suo essere un organismo vivente, e che quindi i due siano fra loro saldamente connessi finché il corpo sia vivo e sveglio. Quando un organismo è addormentato non saprei immaginare cosa accada, ma, quando muore, il "meccanismo" che consente al corpo di tenere unito a sé lo spirito se ne anch'esso, e presto o tardi, forse immediatamente, l'anima trova un nuovo corpo.
Quanto alla questione del perché si abbia un corpo, e perché non si voglia o non si possa vivere liberi come spiriti e come tali comunicare, probabilmente potremmo farlo, ma allora non ci resterebbe più assolutamente niente da fare. È il corpo che fornisce allo spirito le cose di cui occouparsi e le cose da usare.

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